La tragedia della mamma travolta da un treno con i suoi due bambini in Calabria, lei gravissima, i piccoli morti, su una linea che grida vendetta e dovrebbe vedere le Ferrovie e lo Stato sul banco degli imputati, nei commenti dei più, mostra come la responsabilità venga sempre addossata alla vittima, nelle cui azioni si cerca una qualunque imperfezione che sgravi di ogni colpa chi dovrebbe rispondere delle circostanze che portano a quei comportamenti e quelle conseguenze. Su tali colossali mancanze si sorvola. Com’è facile dire: «Ma non si attraversano i binari!», stando seduti in un frecciarossa che corre su binari muniti di protezioni, o senza avere treni da terzo mondo che attraversano i paesi a filo delle case e precludono le spiagge, con passaggi a livello spesso insicuri (vedete sul web le foto delle sbarre alzate, mentre passano i treni) e linee prive di protezione, in modo da condannare i bambini che ci passano sfuggendo alla mamma o da soli (se la sono cercata, giusto?). Fra i commenti, c’era quello di una mamma siciliana con figlio autistico, come uno dei due morti: racconta che a lei e a suo marito, pur sempre vigili, più di una volta è successo di “perdere” il bimbo, svicolato in un attimo. Qualcuno starà per dire: ragione di più per non attraversare i binari, oppure (cito un commento): «Non conosco la situazione, ma si devono usare i sottopassaggi», ignorando se ci sono, in quali condizioni sono, a quale distanza (basta leggere il Corriere della sera di oggi: “Sottopassaggi inaccessibili”, tutti devono attraversare i “binari della morte”. E continuano a farlo. E lo Stato, le Ferrovie e le altre istituzioni a fottersene).

In alcuni Paesi, nell’Ottocento, i poveri finivano in galera “per vagabondaggio”; e se per non vagabondare rubavano (e così poter dormire, mangiare), ci finivano per furto. Nelle Due Sicilie si costruivano alberghi per i poveri, in cui assisterli, ospitarli, e insegnar loro un lavoro con cui potersi sostenere. La differenza qual è? Nel primo caso: «Ma non si ruba. E vagabondare è reato», ovvero lo Stato impone regole, senza eliminare o persino favorendo le condizioni che ne rendono difficile o impossibile il rispetto; nel secondo, lo Stato rimuove le circostanze che inducono a comportamenti scorretti o pericolosi e se rubi lo stesso, non lo fai perché non hai scelta, ma perché sei un ladro.

Curiosamente, quasi nessuno, nei commenti di questi giorni, ha valutato l’azione della madre che portava i figli al mare, in rapporto alle circostanze. Quasi nessuno ha letto una responsabilità dello Stato e delle sue strutture in una situazione che induce a comportamenti rischiosi. Quasi nessuno si è chiesto se è giusto che in uno stesso Paese si debbano avere, con i soldi di tutti, ferrovie e treni da primato in una parte del territorio nazionale, e una linea ottocentesca, pericolosissima, con littorine a gasolio antidiluviane e nessuna protezione, in altra parte del territorio nazionale, come non fosse parte dello stesso Paese. E se, in conseguenza di questo, c’è una tragedia e lo si fa osservare, trattasi di speculazione politica, di attacco alla Lega (santa subito?), con gli stessi metodi della Lega (il che è un insulto, non avendo chiamato, e ci mancherebbe pure!, i settentrionali “merde”, “porci”, “topi”, eccetera, augurando loro la morte per cataclismi vulcanici o sismici, come faceva Radio Padania diretta da Salvini. Sarei il primo a protestare. I razzisti condannano a popoli, etnie e comunità intere, gli altri non mettono sullo stesso piano un Borghezio e un Pasolini).

Se due bambini muoiono per comportamenti indotti da circostanze criminali (perché è criminale la discriminazione a danno del Sud condotta da governi di ogni colore, senza alcuna differenza), si condanna la vittima e si grida allo “sfruttamento politico” della tragedia. Il che denota una volontà politica, questa sì, di assolvere i veri responsabili. La colpa, come il gene, il mito, una volta sorta, non può essere eliminata, ma solo trasferita. Il che avviene per linee di potenza, ovvero, dalle spalle del più forte a quelle del più debole. Su questo campano milioni di psicanalisti da sempre; per questo il bimbo violentato si sente sporco, la donna stuprata si vergogna: hanno fatto propria la colpa del loro carnefice e la stessa reazione sociale si riduce, quasi sempre, a porre in sospetto la loro denuncia, ove ne abbiano il coraggio. Così si assolvono i ladri di Stato e l’insulto delle Ferrovie al Mezzogiorno e si spiega tutto con il comportamento criticabile (a prescindere e a priori, saltando le ragioni che lo rendono obbligato) di una madre.

Date al Sud le stesse ferrovie, gli stessi treni, le stesse garanzie di sicurezza che al resto del Paese e poi condannate chi, ignorando i sistemi di protezione, procura un danno a se stesso o ad altri.

Quanto mi piacerebbe leggere la stessa indignazione, lo stesso rigore, la stessa intolleranza, quein toni duri e puri, per la vergogna ferroviaria meridionale, dove chi ha un binario dell’Ottocento da attraversare senza tutele in un deserto di sterpi, ogni tanto pure morendoci, deve ritenersi fortunato, perché al Sud ci sono tanti che, dall’Ottocento, il binario e il treno non l’hanno ancora visto arrivare. Come a Matera, per dire, dove, infatti, non muore nessuno travolto dalle littorine.