Quelle foto, quei corpi come di bambole spezzate fra le lamiere contorte, vite spente, passate dalla disperazione alla morte, nella terra in cui Peppino Di Vittorio aveva reinventato il sindacato moderno, per mettere fine a tutto questo. E un secolo dopo, la stessa umiliazione, lo stesso sangue, lo stesso disvalore dell’esistenza di uomini e donne che magari saprebbero dipingere santi in chiesa, comporre musica per la festa del paese, insegnare ai bambini a non aver paura del buio, ad amare ed essere amati, a battere il record dei cento metri stile libero… Non sapremo mai quanto avrebbero potuto arricchire le nostre vite quelle cancellate sui tratturi del caporalato.

La prima inchiesta su cui lavorai settimane, ogni notte, poco meno di 45 anni fa, fu sulla mafia della manodopera agricola in Puglia: i luoghi d’incontro nella notte per caricare i braccianti (quasi tutte braccianti, per la verità, specie nella stagione dell’uva), le paghe risicate, i diritti negati, la sottomissione persino sessuale o non ti “caricavano” più, le ore di lavoro non contate…

Feci paginate sulla Gazzetta del Mezzogiorno, con i nomi dei caporali (ma a guidare era una donna), la mappa delle “piazze di reclutamento”, le targhe dei furgoni, eccetera. Mi portarono in tribunale, dopo aver provato a minacciarmi. Fui assolto. Mi devastarono casa.

Eppure, era meglio allora che oggi. C’era lo sfruttamento, ma nulla a confronto di quanto accade adesso. E non perché erano migliori i caporali e i datori di lavoro. I figli di puttana che approfittano del prossimo fino all’estremo ci sono sempre, ma la norma è che le condizioni di lavoro sono figlie delle condizioni economiche che il mercato impone. E quelle sono peggiorate.

Una banda di cialtroni e delinquenti o, nel migliore dei casi, di incapaci e distratti, ha ridisegnato le circostanze e le convenienze dell’agricoltura, rendendola insostenibile nell’intreccio fra doveri, diritti e necessità. Mi spiego: se chiedi ai nostri agricoltori (che, farabutti a parte, come in ogni attività, sono imprenditori che vogliono star bene e far star bene, per non avere rogne) di rispettare norme sanitare, sindacali, previdenziali, eccetera, e poi non vai a commisurare la ricaduta di questi obblighi sul prezzo di vendita dei raccolti, ragioni da dissociato. Ogni norma ha un costo e quei costi, più le spese aziendali, più i compensi ai lavoratori, più l’utile dell’impresa (che senza quello, chiude) vanno a comporre il prezzo. Se il prezzo è più basso dei costi, o chiudi o ti adegui a condizioni che rendono l’impresa ancora sostenibile.

Non sto giustificando nessuno, solo riferendo le condizioni di agricoltori costretti a diventare negrieri o a chiudere aziende spesso secolari. Se apri i mercati ai prodotti concorrenti del Sud America o del Nord Africa, dove una giornata di lavoro di un contadino costa due euro e fra quello che finisce sui banchi dei supermercati e dei negozi di frutta e verdura, trovi allo stesso prezzo sia per quanto è stato prodotto rispettando il divieto dell’uso di fertilizzanti o agenti chimici nocivi, con il lavoro pagato il giusto, eccetera, sia quanto arriva senza norme, controlli e costo del lavoro prossimo allo zero, è chiaro che stai dicendo a chi opera secondo le regole: o diventi negriero e ladro o chiudi.

Ora, è un bene che gli scambi commerciali con le altre aree economniche ci siano e più sono massicci, meglio è (meglio rischiare una guerra commerciale al supermercato che una guerra su un campo di battaglia); ma la competizione deve avvenire a parità di obblighi, controlli, garanzie. I nostri governanti, invece (anche assecondando acriticamente iniziative europee), hanno condannato alla regressione o alla morte larga parte della nostra agricoltura, persino parte di quella di qualità. Alcuni anni fa, me ne occupai per un capitolo di “Giù al Sud”: in tre anni, in Sicilia, avevano chiuso circa 50mila ziende, finite all’asta per debiti con l’Inps o con Equitalia, ovvero con quello Stato che le aveva messe nei guai e acquistate da chi disponeva di facile liquiìdità (e qui mi fermo) a prezzi da regalo, con l’aiuto delle banche. Non dico ci fosse un piano preordinato, ma eri tentato di pensarlo. Inutili le proteste, ci furono suicidi; nacquero i forconi.

Ricordo dei dibattiti televisivi fra il vitivinicultore d’eccellenza Franco Calderone (produce vini stellari a mille metri d’altezza, sulle Madonie) e rappresentanti del Pd, come Coffertati, che diceva banalità di chi non sa e giudica: «L’agricoltura meridionale avrebbe bisogno di automazione». «Nella mia azienda la mano umana non tocca niente, dal grappolo alla botte», replicò Franco. E ricordò che la nostra agricoltura è strozzata da demenziali direttive europee. «E siete stati voi a presentare e votare queste norme», continuò Franco. C’era anche una deputata Pd che disse: «Non lo sapevo». «Ma lo ha votato!», disse Calderone. E lei scoppiò a piangere.

Non ci si può limitare a combattere lo sfruttamento bestiale di esseri umani schiavizzati, colpendo l’ultima conseguenza di una catena di sfruttamento, tacendo che un agricoltore sfruttato sfrutta i braccianti; tacendo che le grandi compagnie sanno benissimo a quale prezzo e condizioni costringono a lavorare i fornitori (ci sono aziende che hanno il coraggio di pubblicizzare i loro pomodori e le insalate, specificando che sono prodotti al Nord, come se lì non ci fossero schiavi nei campi o non ci fossero rifiuti tossici interrati: la più contaminata delle regioni non è la Terra dei Fuochi, ma la Lombardia).

La catena produttiva è corrotta (su molti prodotti prende la sua parte la mafia, con inutili trasporti avanti e dietro di verdure o ortaggi che potrebbero arrivare freschi sulle tavole) e se riduce a competere con condizioni e prezzi di lavoro da terzo mondo, terzo mondo sarà, terzo mondo è.

E la prepotenza trova terreno fertile: il più forte si salva e ingrassa a spese del più debole o distratto. Magari con l’aiuto di strutture corporative che pur dovrebbero garantire tutti gli agricoltori, specie i meno tutelati. È un discorso a parte e merita altra trattazione.

Ma una la voglio dire: tramite Coldiretti e Confagricoltura (tralasciando intrecci di persone con ruoli negli enti diveramente coinvolti), il seme del grano Senatore, storica eccellenza appulo-lucana, è finito a una società di Bologna, la Sis. Su questo, prima delle elezioni, rappresentanti degli agricoltori del Sud, poi eletti con i cinquestelle, si erano impegnati a dar battaglia.

Capisco che il governo è appena partito, capisco che non si può far tutto e tutto subito, ma questa del grando Senatore grida vendetta ed è, inutile dirlo, una delle attese di giustizia più sentite. Allora? Insomma, se chi deve aiutare gli agricoltori a risolvere i loro problemi diventa un problema per gli agricoltori, che si vedono sfilare persino il grano Senatore e la cosa passa sotto silenzio, cosa resta?

Forse, i forconi furono troppo buoni, perché non inforcarono nessuno. Non è una istigazione a delinquere: ci pensano già quelli che inducono gli agricoltori alla disperazione e allo sfruttmento di altri più disperati di loro. Uccidere non è soltanto sparare a quacuno, è anche (e forse soprattutto) costruire le condizioni per cui dei braccianti si faccia strage. E guadagnarci sopra.