Ma ne vedi futuro per il Sud? Naturalmente. E in base a cosa? Provo a dirlo con la frase di un padre bravo e fortunato, di un figlio in gamba: «Lui non ha paura». Certo, nonostante i dati siano quelli che sono, come ha documentato il nuovo rapporto della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno. E quindi, come si fa ad aver fiducia? I grandi numeri sono tutti contro di noi: emigrazione giovanile, disoccupazione, abbandono da parte dello Stato (infrastrutture, scuola, sanità, credito, prese per il culo salviniane ai terroni con l’anello al naso, cui spacciare il gasdotto Tap che serve al Nord, come “infrastruttura” a favore del Sud). Eppure…

Eppure che? Eppure, se giri per i paesi in cui la grande comunicazione nazionale non passa mai (a meno che non si tratti di disgrazie, delitti), i segni li vedi; e se li metti in fila, un ragionamento diverso lo fai.

Vi dico il mio tour di quattro giorni (quattro giorni che somigliano al resto dell’anno e degli anni scorsi): a San Marco Argentano, nel Cosentino, mi chiama Ciro, il libraio: ci sarà “Terroni” in piazza, la riduzione teatrale realizzata dal regista-attore calabrese Roberto D’Alessandro, le cui repliche da anni, in tutta Italia, ormai non si contano più. Un paese pulito, grande panorama, per le strade turisti stranieri, il B&B in un palazzo storico, nelle cui ex cantine un imprenditore di qui ha realizzato una enoteca di gran livello, dove mangi cose prodotte nella sua campagna; il sindaco è donna, l’assessore alla cultura è donna, l’assessore a… è donna pure lei, e donna è la dirigente che ti porge a mano. «Che ne avete fatto dei maschi?». Te ne presentano uno, sta in giunta e, guardandolo insieme al resto femminile del potere locale, capisci che lo tengono quale specie protetta. I giovani che la mattina dopo vogliono mostrarti il paese sono svegli, già laureati o sul punto di esserlo; vengono in tre a dirti di ogni pietra della chiesa, del giaciglio in grotta di san Francesco di Paola (quello di cui in Calabria mi è capitato di sentir dire: «Sì, certo, Gesù Cristo…, ma vu’ minda san Franciscu ‘i Paola?». E persino: «San Franci’, fallu mora a chiru!». «Oh, ma chiedi a un santo di fare il tuo killer personale?», opposi. E la risposta non ammetteva dubbi: «San Franciscu è unu ‘i nua. Ni capimu…». Minchia!). Quello che colpisce di questi ragazzi, è che mentre narrano dei muri, delle raffigurazioni sacre, dei cimeli, voigliono trasmetterti la loro idea del valore che tutto quello ha. C’è conoscenza, c’è orgoglio. Io, alla loro età, come gli altri miei coetanei, pensavo, convinto, che tutto il meglio fosse altrove e quello che era nostro, meridionale, fosse deteriore, meno, retrogrado, quasi da vergognarsene. E parliamo di Taranto, della sua “città vecchia” o di Laterza, Gioia del Colle.

Questi ragazzi hanno una riscoperta di valori che li porta a riappropriarsi del paese. Io non avevo del pur notevole castello Aragonese di Taranto o dell’ancor imponente acquedotto romano contro cui chiunque si permetteva ogni scempio (a che serve?), la considerazione del torrione normanno (senza voler minimizzre: insomma, una torre, dai!) di questi giovani intelligenti e appassionati. Hanno girato, studiato fuori, e il risultato è la risalita del paese nella loro considerazione («Perché il Guiscardo, con Drogone, dopo che…»). Per la cattedrale non c’è più tempo. «Ma torni?».

Devo correre a Montemiletto, nell’Avellinese (uno dei paesi martiri dell’Irpinia, con Montefalcione, Carbonara e tanti altri, della repressione sabauda per annettere il Regno delle Due Sicilie al progetto unitario), dove ho una conferenza con Lorenzo Del Boca e Gennaro De Crescenzo, per le notti dei Briganti. Anche lì un castello, ma non ci sono soldi. Ma l’amico Paolo e il sindaco Agostino ti portano sala per sala a mostrarti cosa hanno fatto i cittadini: chi ha arredato degli ambienti con pezzi d’antiquariato che, a mano a mano che si vendono, vengono sostituiti; chi con i presepi e le riproduzioni del paese (Daniele ne ha fatto quasi una ragione di vita), o foto color seppia dei parenti paesani dell’Ottocento e Novecento che, invece di essere esposte incorniciate nelle case, a fare famiglia, stanno tutte insieme qui a fare popolo; e gli attrezzi degli antichi lavori e… Un maniero che era vuoto, ora procura un turismo interessante, ti racconta una storia, ti fa ritrovare ricordi. Ma se pensate che siamo a pura riscoperta del passato, sbagliate. Quello serve, per recuperare la stima calpestata di se stessi (i vinti sono indotti e portati a denigrarsi), ma è nel futuro che ci si sporge, così completati, con la parte di sé prima negata. Conoscete Michele Gubitosa? Me ne parla il padre Vito: a 12 anni, il figlio già assemblava computer, ne ha fatto il suo lavoro, ma si è dedicato anche ad altro, dall’Avellino calcio al quotidiano online Irpinianews e ora è in Parlamento, cooptato dai cinquestelle. È lui che ha creato lo smartphone italiano, il FrogOne. «E fatto così: pensa le cose e non ha paura di farle», dice il padre. Spiegazione forse breve, ma credete che serva aggiungere altro? L’azienda è la HS e va come un treno. Voi ve lo sareste aspettato che il telefonino nostrano, sistema android, nascesse in un paesino irpino di 5mila abitanti e spaccasse sul mercato al prezzo di lancio di 39 euro (oggi una trentina in più)? Ne ho preso uno, voglio mostrarlo in giro: chi ha detto che dovevano farlo a Milano, a Roma?

A Gerace, quattro fratelli con gli studi completati e le conoscenze “da emigrazione giovanile” di cervelli, ti raccontano che se credi nelle possibilità del paese e lo fai crescere, tu puoi crescere insieme. E hanno investito nei muri di casa, si sono creati una attività, per restare. Facile? «No, ma niente è facile, Però, magari, lo diventa. Se te ne vai, non puoi saperlo».

A Gambarie, la stessa scelta l’ha fatta un ingegnere che, mi narra il nipote, ha lavorato al Nord e all’estero, ma poi ha voluto tornare in Aspromonte. E me lo dice, mentre mi conduce nel parco, alle cascate, per stretti sentieri in gole e forre strepitose. Vedo finalmente dove nasce l’Amendolea, la fiumara-madre dei grecanici, fra alberi altissimi, rivoli e rivoletti. Mimmo dovrà andare a lavorare al Nord, a settembre, «ma miro a tornare qui e sostenermi come guida». Da come lo dice, capisci che ci riuscirà. «Figurati i funghi, qui». «Tanti, a primavera di quest’anno. Ora il clima non è favorevole. Ma se anche li vedi non puoi prenderli: siamo nella zona A del nostro Parco».

La sera si parla di “Carnefici” e tanto di Calabria. Certo, la ‘ndrangheta, ma non c’è solo quella; certo le infrastrutture carenti, certo… continuate con quel che manca e per cui un secolo e mezzo di Italia unita a chiacchiere dovrebbe stare sul banco degli imputati. A me pare che possa bastare quel che ha ricordato uno dei presenti, prima di farmi una domanda: non molti anni fa, in Aspromonte c’erano i sequestrati («’u porcu»), si aveva paura di metterci piede. Ci furono dei ragazzi (e capisci che lui doveva essere uno di quelli) che non accettarono questo come irrisolvibile. Fecero qualcosa.

Ecco, oggi vediamo il futuro di quel qualcosa: non si naviga nell’oro, ma in giro ci sono i turisti, a comitive, a famiglie, per i boschi, circolano sereni, si addentrano in questa meraviglia di massiccio alpino che la geologia ha fatto migrare a Sud e che pochi conoscono («Un ragazzo belga mi ha detto: “Non immaginavo che le montagne potessero essere così belle”», riferisce Mimmo); gli stranieri, non tantissimi, ma prima zero, scoprono per passa parola e quel che gli si propone su internet, un paradiso ignorato. E d’inverno di scia con vista sullo Stretto e la Sicilia. Oggi è quasi banale, questo. Quando l’Aspromonte era una prigione, questa banalità fu il sogno dei migliori. E “fecero qualcosa”. Non ebbero paura (in realtà, solo gli imbecilli non hanno paura; la frase sta a indicare che ebbero paura, perché non scemi, ma non permisero alla paura di fermarli).

Il futuro si fa così. E io lo vedo nascere.

Bisogna dare un po’ di tempo e di fiducia, al futuro. Poi, anche il futuro arriva. Cominciate a vederlo?