Le paghe erano le stesse, a Nord e a Sud, al momento dell’Unità dItalia; e per diversi anni a seguire; in alcuni casi erano un po’ più alte in Sicilia e Sardegna; in altri un po’ più basse, ma tali pure i prezzi, quindi il potere d’acquisto era grosso modo lo stesso. E ci sono voluti più di 150 anni per scoprirlo?, chiedo ai professori Paolo Malanima, toscano, e Vittorio Daniele, calabrese, docenti all’università della Magna Grecia, non nuovi a ricerche di questo genere e ora autori di Regional wages and the North-South disparity in Italy after the unification, Rivista di Storia Economica, 2, 2017, Stipendi regionali e disparità Nord-Sud in Italia dopo l’unificazione.

«Per essere precisi, le serie dei salari da noi elaborate non mostrano che fra Nord e Sud non ci fosse un divario economico, ma solo che, nei primi anni post-unitari, non risultava un divario nel livello dei salari. È bene precisare che i salari sono una misura attendibile del tenore di vita medio di una parte ampia della popolazione, sebbene non coincidano con il Pil per abitante. Abbiamo considerato i salari dei lavoratori edili (da quelli più specializzati come i capomastri e i muratori, a quelli generici come i manovali e i terraioli, inclusi i ragazzi in aiuto e le donne) in 69 province nel periodo 1862-78. Nel complesso, abbiamo raccolto circa 10.000 dati sui salari. I risultati possono essere così sintetizzati: 1) nel periodo in esame, i salari nominali medi (le retribuzioni) dei lavoratori edili del Mezzogiorno erano uguali a quelli del Centro-Nord; 2) i salari medi nel Sud peninsulare erano inferiori del 14 per cento rispetto a quelli del Centro-Nord; 3) questa differenza era dovuta, essenzialmente, alle minori retribuzioni delle donne e dei ragazzi, mentre quelle dei lavoratori più qualificati, come i muratori, erano sostanzialmente simili a quelle del Centro-Nord; 4) nel Sud peninsulare, i prezzi risultavano più bassi di circa il 15% di quelli del Centro-Nord, per cui i salari reali (il potere d’acquisto) nelle due ripartizioni era analogo».

Come mai tante resistenze per una verità storica che avrebbe potuto essere riconosciuta già con gli studi di Francesco Saverio Nitti e altri?

«La verità storica non si raggiunge mai; come mostra il lungo percorso della storiografia sulla Questione meridionale. Possiamo solo avvicinarci e tentare un quadro più soddisfacente in un lungo dibattito influenzato molto più dalle ideologie (per il 90 per cento?) , che dall’esame dei fatti. Esprimere opinioni è sempre più facile che fare ricerca. Tuttavia, la ricerca negli ultimi anni ha fatto molti passi in avanti e si è arricchita di nuovi elementi quantitativi – indicatori economici e sociali – che consentono di gettare nuova luce sulle condizioni economiche dell’Italia nel primo periodo post-unitario. Abbiamo cercato anche noi di portare un contributo».

Non è sorprendente che un giacimento di dati così imponente e persino di non difficile consultazione (Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Salari. Prezzi medii di un’ora di lavoro degli operai addetti alle opere di muratura ed ai trasporti di terra e mercedi medie giornaliere degli operai addetti alle miniere 1862-1878), debba essere portato alla luce solo oggi?

«È vero! Tanti storici si sono occupati delle condizioni di vita diverse nelle varie regioni d’Italia a fine Ottocento, ma dei divari salariali, nessuno. Solo Fenoaltea, nelle sue pregevoli ricostruzioni dell’andamento dei salari su scala nazionale, aveva citato la fonte da noi usata, ma non l’aveva utilizzata per esaminare i divari fra province e regioni. Eppure, fra i vari elementi quantitativi di cui si può disporre, i livelli salariali sono quelli più vicini alla vita quotidiana delle persone. Nel caso della nostra fonte, si tratta di 10.000 dati che riguardano tutte le 69 province italiane per un periodo di tempo di 17 anni. È difficile desiderare di più per un’analisi dei divari regionali».

L’arretratezza del Sud fu inventata da Benedetto Croce, scrive J. A. Davis in “Napoli e Napoleone”. Ma il vostro lavoro in questa direzione era cominciato con “Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011”. Cosa dice di diverso o in più, l’attuale ricerca?

«Noi ci eravamo occupati in passato soprattutto del Pil regionale. Rispetto ai salari, il Pil è una misura del tenore di vita meno concreta, più suscettibile di critiche. Coi salari si mettono i piedi per terra, per il semplice fatto che i salari provengono da una fonte dell’epoca, non da stime indirette. In base a salari può discutere meglio della realtà di ogni giorno e delle differenze fra luogo e luogo. In linea generale, ci pare che i risultati della ricerca sui salari confermino il quadro precedente: nell’Italia del 1861 esistevano differenze economiche regionali più o meno ampie, ma non un vero e proprio divario tra Nord e Sud. Le stime del Pil per abitante indicano come nei primi trent’anni post-unitari il divario fosse modesto: considerando l’Italia ai confini attuali, noi abbiamo stimato fosse circa il 10 per cento o un po’ meno; Emanuele Felice ha stimato circa il 15 per cento; una differenza trascurabile, considerato che ci riferiamo a 150 anni fa, quando ancora il concetto di Pil non esisteva proprio! E, in ogni caso, si tratta di una differenza fisiologica: non esistono nazioni che non abbiano avuto – e non abbiano oggi – divari regionali nei redditi e in altri indicatori. Anche gli indicatori sociali – a eccezione dei tassi di analfabetismo – non mostravano una differenza sostanziale tra Nord e Mezzogiorno nei primi anni post-unitari. Anzi, in alcuni casi, come per le condizioni nutrizionali, le condizioni del meridione mostravano un piccolo vantaggio rispetto al resto del paese. Il divario tra le due aree divenne significativo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando l’Italia – o meglio il Nord-Ovest – cominciò ad industrializzarsi. Da allora crebbe, per oltre mezzo secolo. Il fatto che le differenze economiche tra Centro-Nord e Mezzogiorno fossero nel complesso contenute era già stato osservato da alcuni storici, per esempio da Piero Bevilacqua, da Luigi De Rosa o da Guido Pescosolido. I dati sui salari, come altri indicatori, ci consentono di comprendere meglio le situazioni regionali e locali dopo l’Unità».

Se nel 1862 le cose erano alla pari, è ragionevole pensare che nel 1860, ovvero prima di due anni di una guerra, del trasferimento al Nord di tutte le commesse statali e del conseguente declino di grandi aziende del Sud, le cose stessero meglio nel Regno delle Due Sicilie?

«Ricordiamo che i salari, nel periodo da noi esaminato, erano più alti in Sardegna che in ogni altra regione d’Italia. E la Sardegna non era la regione più avanzata d’Italia. Questo non scuote la nostra fiducia nel salario come fonte storica, ma ci induce a meditare sugli altri aspetti della vita economica. Per arrivare a un quadro più complesso i salari dovrebbero essere moltiplicati per il numero dei lavoratori; poi occorrerebbe tener conto di altri redditi, quali gli interessi, i profitti, le rendite… e anche queste altre forme di reddito andrebbero moltiplicate per il numero dei percettori. La strada che si può fare è lunga, per arrivare a una visione a tutto tondo. È molto probabile che le differenze regionali nei salari nel 1862 fossero analoghe a quelle dell’anno prima. Eventi come la repressione del brigantaggio e la perdita delle commesse per le imprese meridionali, con la conseguente chiusura di molte di esse, ebbero certamente un impatto sull’economia del Sud, come documentano le fonti e le ricerche storiche, quali quelle di Luigi De Matteo sulle vicende delle imprese campane dopo l’Unità».

Se dal punto di vista degli stipendi e del potere d’acquisto differenze non ce n’erano, ve ne erano di altro genere, in campo economico?

«Le principali differenze tra Nord e Sud alla data dell’Unità non riguardavano tanto le variabili economiche, quanto quelle sociali o, come diremmo oggi, “istituzionali”. Queste erano il risultato di storie diverse, ma riflettevano anche le differenze geografiche che caratterizzano la penisola. C’erano differenze nelle strutture agrarie (si pensi alla diffusione della mezzadria nel Centro-Nord e del lavoro salariato al Sud); in quelle urbane; nella dotazione d’infrastrutture di trasporto. Al Sud l’estensione delle strade e delle ferrovie era nettamente inferiore a quella del Nord e ciò certamente deprimeva gli scambi e determinava l’isolamento di molte aree, soprattutto di quelle interne. In Abruzzo, Basilicata e Calabria, la condizione d’isolamento delle zone interne si protrasse a lungo. È vero: tra Centro-Nord e Mezzogiorno i salari erano analoghi e le differenze nel Pil per abitante modeste. Ma la geografia economica del 1861 era molto diversa da quella attuale. Nel 1861, il Veneto – oggi tra le regioni più sviluppate d’Europa – era arretrato, così come era povera la Romagna. Le condizioni economiche e sociali delle regioni dell’ex Stato Pontificio non erano dissimili da quelle di gran parte dell’ex Regno delle Due Sicilie. Si dimentica spesso, per esempio, che i tassi di analfabetismo dell’Umbria e delle Marche erano davvero molto vicini a quelli delle regioni meridionali e molto distanti da quelli del Piemonte e della Lombardia».

Si può trarre una spiegazione del perché, pur a parità di stipendi e potere d’acquisto, il Nord soffrisse di una emigrazione così massiccia e il Sud ne fosse indenne?

«Fino ai primi del Novecento, l’emigrazione verso l’estero riguardò essenzialmente le popolazioni del Nord: soprattutto i Veneti, ma anche i Piemontesi e i Lombardi. Nel 1876, il tasso migratorio verso l’estero del Veneto era 11 volte quello della Campania; quello della Lombardia 13 volte quello della Sicilia. Come spiegarlo? Intanto è da considerare che l’Italia nel suo complesso era arretrata rispetto ad altri paesi europei, come l’Inghilterra, ma anche Francia e Germania. Evidentemente, i settentrionali emigravano – anche temporaneamente – per trovare occupazioni meglio remunerate. Si può obiettare che i salari erano simili in tutto il paese, per cui anche i meridionali avrebbero dovuto emigrare. La vicinanza geografica del Settentrione agli altri paesi europei certamente favorì l’emigrazione dei settentrionali, ma anche fattori culturali possono aver avuto la loro influenza. Pure nelle Marche, nell’Umbria e nel Lazio, i tassi migratori verso l’estero erano molto bassi. In queste regioni, i salari erano simili a quelli meridionali e, in alcuni casi, più bassi. Sull’emigrazione agiscono molti fattori. Ciò che possiamo dire con certezza è che l’emigrazione dal Sud cominciò a diventare massiccia alla fine dell’Ottocento, quando il divario tra Nord e Sud divenne più ampio. Non che dal Nord non si continuasse a partire, ma i maggiori tassi migratori, a partire da allora, si registrarono nelle regioni meridionali».

Il tasso di occupati, nel 1861, era sorprendentemente simile a quello attuale: 59 per cento contro il 58 per cento del 2017. La differenza che salta agli occhi è che quel 59% nel 1861 era identico al Centro Nord come nel Mezzogiorno, pur con differenze marcate all’interno delle due macroaree del Paese. Oggi, invece il 58 per cento è la media tra il 65 per cento del Centronord e il 44 del Mezzogiorno, con tutte le regioni meridionali al di sotto della peggiore del CentroNord. Daron Acemoglu e James Robinson, nel loro fondamentale lavoro, “Perché le nazioni falliscono”, spiegano che la povertà di alcune regioni è il risultato di scelte politiche volte a quel fine. La vostra ricerca vi dice qualcosa in questo senso?

«L’obiettivo della nostra ricerca è stato essenzialmente quello di fornire dati utili per ricostruire le differenze di sviluppo regionali. L’importante lavoro di Acemoglu e Robinson, che sintetizza le loro ricerche, spiega i divari internazionali di sviluppo riconducendoli a cause politiche e istituzionali. Queste cause sono certamente importanti ma, a nostro avviso, non sono generalizzabili. Per esempio, si può capire storicamente l’arretratezza dell’Africa ignorando l’effetto della geografia? E i fattori culturali non hanno, forse, un ruolo altrettanto importante di quelli politici? Nel caso dell’Italia, gli storici hanno ampiamente documentato come l’industrializzazione del Nord – soprattutto nei settori dell’industria “pesante” – venne sostenuta dallo Stato attraverso le commesse e il protezionismo, ed è riconosciuto che alcune scelte tributarie penalizzarono il Mezzogiorno. Lo riconobbero Nitti, De Viti De Marco, Fortunato ed Einaudi, solo per citare alcuni nomi. Il nostro lavoro, però, più che concentrarsi sul dibattito e sulle spiegazioni politiche, ha privilegiato gli aspetti quantitativi».

Quali sono i risultati più inattesi, per voi stessi, della vostra ricerca? E, se si può fare questa domanda: è mutato il vostro modo di vedere la nostra storia?

«Quando abbiamo iniziato le nostre ricerche sui divari regionali non avevamo in mente una tesi da dimostrare. Ci siamo limitati a raccogliere dei dati, a elaborare delle stime, a proporre delle spiegazioni di quanto risultava. È quanto abbiamo fatto anche in altri lavori, come quello in cui abbiamo analizzato l’effetto della distanza geografica dai grandi mercati sullo sviluppo economico delle regioni italiane. In questo lavoro abbiamo evidenziato come i divari regionali nei redditi, nel corso del Novecento, siano cresciuti per effetto di un meccanismo ben noto in economia: la causazione circolare cumulativa. In parole semplici, le regioni più avanzate attraggono capitali e lavoratori da quelle più arretrate, facendo crescere gli squilibri iniziali. Più che cambiare, il nostro modo di vedere la storia si è rafforzato: riteniamo che la ricerca storico-economica, come quella in altri campi, consista nella ricerca di nuove fonti, nell’uso di nuovi dati, nell’applicazione di nuovi metodi, in nuove interpretazioni. Sempre senza pregiudizi».

Scusate, ma non è sconcertante scoprire che, mentre si cercava l’origine del “divario” nell’insufficienza dei Borbone, nella sconfitta dei giacobini francofili, dell’organizzazione dei regni di Napoli e Sicilia a opera di Svevi, Normanni, Aragonesi, Angioini, nella più duratura presenza dei bizantini, nelle incursioni barbaresche, nella civiltà greca, in una corsa all’indietro che ci ha risparmiato solo il salto dal sapiens sapiens a Neanderthal, bastava aprire un librone al ministero per saperlo?

«Esiste una tendenza a ricondurre a cause più o meno remote l’origine del divario Nord-Sud. I fatti storici ed economici non sono certo slegati tra loro, ma risalire alla ricerca della causa ultima – la “causa delle cause” – non sempre aiuta a chiarire i fatti che si intendono spiegare. Opera, in questo caso, quella che Tolstoj, in Guerra e pace, chiamava “legge della retrospettività”, per cui, agli occhi degli storici, “tutto il passato viene a presentarsi come una preparazione del fatto accaduto”. Del resto, se andassimo indietro nella storia – fino alle soglie dell’età moderna – vedremmo che le regioni e i paesi mediterranei erano più avanzati, economicamente e culturalmente, di quelli del Nord Europa. Fino al Seicento, il reddito medio in Svezia era inferiore a quello della Spagna e del Portogallo. Con l’industrializzazione moderna le cose cambiarono. La Rivoluzione industriale si avviò in Inghilterra e poi si diffuse progressivamente coinvolgendo altri paesi. La geografia economica d’Europa mutò radicalmente. Ha senso andare molto indietro nel tempo, alla ricerca di cause remote, per spiegare perché oggi il Portogallo o la Spagna abbiano livelli di reddito inferiori a quello della Svezia? Anche in Italia crediamo che i divari siano il risultato dell’ineguale industrializzazione».

Se, rispetto al Nord, le paghe erano simili al Sud e il potere d’acquisto pure, la mortalità infantile più bassa e l’emigrazione inesistente, è esagerato dire che forse quelle risorse comparabili erano distribuite meglio?

«Ciò che possiamo dire è che in un paese largamente rurale, arretrato com’era l’Italia del 1861, le disuguaglianze regionali non potevano essere molto grandi. Insomma, c’era una certa uguaglianza nella povertà. Con lo sviluppo economico, i redditi medi crebbero, ma allo stesso tempo crebbero le disuguaglianze. È la dinamica dello sviluppo economico, comune a molti paesi. Ciò che rende particolare il caso italiano è la persistenza dei divari e il fatto che il ritardo economico abbia riguardato – e continui a riguardare – una parte molto ampia del paese. E, se possiamo aggiungere, il caso italiano si distingue da quello di altri paesi anche per il fatto che le differenze regionali non riguardano solo l’economia, ma anche molti aspetti sociali: si pensi, alla qualità dei servizi sanitari, ai trasporti, all’efficienza della giustizia civile e tanti altri. Sotto questi aspetti, l’Italia è un paese diviso».