Un lago, Varano (anzi, due, con Lesina che lo precede), in cui non ti meraviglieresti se vedessi apparire i dinosauri: tutto sa di selvaggio fra il mare e la montagna garganica. L’uomo c’è, le sue opere le vedi, ma poche, sparse, magari in rovina. È un posto per ricominicare. Quei luoghi in cui “non c’è niente”, a parte tutto: la storia, la natura, la bellezza, e una infinita serie di possibilità e le persone che ti fanno sentire a casa, come accade dove “ti riconoscono anche se non ti hanno mai visto”, come direbbe Vito Teti.

Ho preso qualche appunto: Cagnano Varano ha circa tremila abitanti, in calo, giovani pochi; ma potrebbe ospitarne 15mila, nelle case-palazzo erette e incompiute da emigrati che vi hanno investito i risparmi e non sono tornati e i loro figli idem. Quelle case “moderne” erano il monumento di chi proclamava di essersi affrancao dalla miseria e dall’emarginanzione rappresentati dal centro storico, lasciato in gran parte andare in rovina.

E oggi, è quello che ieri ti induceva a vergogna a costituire il valore del paese: le casupole e i palazzi del centro storico vengono acquistati a bassissimo presso, restaurati e riabitati. Maria Rosa è venuta da Trento a prendersi una casa qui e ci si è stabilita, è diventata “una del paese“. E al suo seguito, altri quattro (ancora 28 e avranno a Cagnano Varano i Trentatrè trentini).

E la parte di cui vergognarsi diviene quella che rappresentava il riscatto: quei palazzi moderni incompiuti e vuoti, che potrebbero essere la base di ua rinascita: a pochio chilometri San Giovanni Rotondo, meta dei devoti di Padre Pio e Carpino, nell’interno, patria della tarantella garganica e di quei suoinatori, come Nicola Sacco, di cui canta Eugenio Bennato, che li scoprì ragazzo. La sera, fra palazzo ducale (da tempo frazionato in appartamenti) e la chiesa, il gruppo di lettura Volta Pagina riempie la piazzetta per parlare di Sud, libri, e ascoltare buona musica brigantesca.

Ai piedi del paese, il lago in cui prospera la salicornia, l’asparago di mare, con cui qui fanno un pesto divino. Mai mangiato così buono. E ci sono i ganberi blu, rara leccornia, e il più grande allevamento di cozze d’Europa, mi dicono. Ma tutto sa di estremamente artigianale, fatto in casa, con la frutta di stagione a un euro al chilo; il pesce come si faceva nelle case dei pescatori, servito a tavola nel piattone da cui tutti attingono (non io, vegetariano: le proteine animali mi creano fastidi, diciamo così); il che mi lascia maggiore libertà per fiondarmi ancora sulla salicornia con un filo d’olio, uno spicchio di aglio e la goccia d’aceto. E poi le orecchiette con un’erba mai vista, zucchine e nevicata di cacio ricotta.

Ma io che ho fatto di male per dovermene andare da qui?