È un golpe, con ricorso al trucco, in un Paese che si sta disfacendo senza mai esser davvero nato. È la “secessione con destrezza” della Lega, ovvero scappare con il malloppo lasciando gli altri nei guai (scusate: e il debito?). Chiamatelo come vi pare, la verità è che è in corso un golpe strisciante, con la scusa della maggiore autonomia regionale: tutto a norma, si capisce (basta farsi le norme come si vuole: l’apartheid in Sud Africa era il fondamento dello Stato. La legge fotografa soltanto i rapporti di forza all’interno di una comunità. In Italia, il Paese più cottorro dell’Occidente, ci sono così pochi corrotti in galera, da non essere nemmeno rilevati dalla statistiche carcerarie). Secondo l’uso leghista, la cosa viene presentata con apparenti formalismi per rassicurare che tutto è in regola, e cambia poco o niente, ma in meglio; e con esagerazioni propagandistiche per il consenso popolare (vedi la pagliacciata del referendum in Veneto e Lombardia, mentre l’Emilia Romagna se l’è cavata con una lettera al governo: bastava quella). La disgregazione del Paese (e, francamente, se questo è il Paese, manco a stracciarsi le vesti, se lo perdi) passa per il trasferimento di 23 competenze statali alle Regioni, con relative risorse: dal commercio ai beni culturali, porti e aeroporti, previdenza complementare, protezione civile, sanità… In teoria, non cambierebbe quasi nulla: quello che faceva lo Stato centrale lo farebbe la Regione, i soldi che spendeva lo Stato centrale, li spenderà la Regione. Ma il potere sarebbe locale.

Può piacere o no. Ma se fosse davvero così, si vedrebbe solo che alcune Regioni gestiscono meglio e altre peggio. Ma non c’è da fidarsi della Lega, che ha sempre usato i poteri dello Stato per demolire lo Stato, con la complicità di tutti gli altri partiti e, ancora peggio, grazie alla latitanza dei parlamentari del Sud e, salvo preziose eccezioni, della classe dirigente e dell’intellighenzia (col nemico… E mica si tratta del Giorno della Memoria per le vittime del genocidio con cui il Regno delle Due Sicilie fu annesso e depredato di tutto!).

Non stanno trasferendo, stannoi sfasciando. Leggete cosa scrive il professor Marco Cammelli, già preside della facoltà di Giurisprudenza dell’università di Bologna, poi membro del comitato tecnico di coordinamento per le riforme amministrative presso la Presidenza del Consiglio, del Consiglio di Presidenza della Corte dei conti e del Consiglio di Stato; in più, da vent’anni direttore di Aedon, la rivista di Arti e Diritto on line, del Mulino. Non un Pino Aprile qualsiasi.

Mezzo secolo di ordinamento regionale (ordinario) dimostra che il sistema è accentrato, ma ha un centro debole, e che senza integrali e preliminari riforme del suo funzionamento il distacco di quote di funzioni per aree territoriali circoscritte non porta al decentramento per alcuni, ma allo sgretolamento per tutti, perché introduce l’esigenza di modularità e interlocuzioni differenziate che questo centro, oggi in evidente difficoltà anche solo per l’amministrazione ordinaria, non è in grado di assicurare”.

E il professor Cammelli occupandosi dei caratteri generali della faccenda, non si è occupato dei dettagli. Che sono quelli in cui si nasconde il diavolo. È lì il trucco per trasformare un apparente trasferimento di compiti da un ente centrale a uno periferico, nel dissolvimento del Paese (ma chissene, l’importante è che ci teniamo la cassa, gli sghei). Paolo Spadafora, di Agenda Sud Calabria, individua il trucco in questo passaggio del progetto di legge della Regione Veneto per L’autonomia: “La determinazione dei fabbisogni standard assume, anche in considerazione del principio costituzionale di eguaglianza, come termine di riferimento la popolazione residente, le caratteristiche territoriali e il gettito fiscale maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali”.

A parte l’insulto alla decenza della frase “anche in considerazione del principio costituzionale di eguaglianza”, in un testo che rende costituzionali le disuguaglianze fra cittadini di uno stesso Stato, il richiamo al gettito fiscale, sta a indicare che i fabbisogni e le risorse conseguenti da assicurare per il loro soddisfacimento vanno rapportati alla ricchezza del territorio. Quindi non a quanto lo Stato spendeva, ma a quanto chi subentra vuole incassare. Anche senza questo dettaglio “…è certo invece”, scrive il professor Cammelli, “che sarà il terreno dei trasferimenti a fini perequativi per le regioni più svantaggiate il primo a soffrirne”. È la secessione dei ricchi, per non condividere nulla con i poveri. Specie se si tratta di arricchiti a spese di quegli impoveriti. “Ebbene, il segnale che la parte più avanzata delle regioni italiane dà con questa operazione rischia di essere terribilmente netto: se per decenni non si è riusciti a fare passi avanti per tutti, almeno non si impedisca di farli fare a chi ha gambe sufficienti per camminare. Si dirà che non è solo questo e che non si vogliono mettere in discussione i fondamentali, ma resta il fatto che questa è la lettura oggi più attendibile, con l’aggravante che la strada imboccata difficilmente porterà a qualcosa di buono”, aggiunge Cammelli.

Il Veneto ora è in vantaggio (ma è così solo da pochi decenni) e tratterrebbe più soldi con questi “trasferimenti” (mirano a tenersi il 90 per cento delle tasse; ovvero: fine dell’Italia che, in teoria, con il niente che resta dovrebbe badare alla difesa, la giustizia, i rapporti internazionali, i diritti di chi non ha…). Vuol dire calibrare i diritti sul reddito, ma vuol dire anche che se una qualunque crisi (per esempio il boicottaggio delle merci venete, quale reazioni alla porcata razzista, o difficoltà in campo internazionale, o il prevedibile ritorno del Triveneto in condizione di colonia dell’area tedesca) impoverisse la Regione, i diritti calerebbero con il reddito.

E vuol dire anche che il Sud difficilmente accetterebbe una così spudorata esclusione. È stato invaso e costretto a aunirsi, ma mai accettato. La cosa era però celata sotto una montagna di chiacchiere smentite dai fatti. Questa faccenda mette le cose in chiaro. E se ne trarrebbero le conseguenze: il desiderio di secessione meridionale è sempre più forte e diffuso.

La Lega aveva già progettato, d’accordo con la mafia, di far governare il Mezzogiorno dal crimine organizzato e il senatore Miglio, ideologo leghista e razzista dichiarato, andò in Sicilia a incontrare il boss Nitto Santapaola, secondo la testimonanza di un pentito. Quello che non riuscì allora, sta riuscendo adesso.

Dopo il Veneto e la Lombardia, pure l’Emilia Romagna ha chiesto il passaggio delle competenze e ora si sono aggiunte Toscana, Marche, Umbria. Per ora: l’ultimo spenga la luce. Considerando che già esistono cinque Regioni a Statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia), con altre sei, per adesso, che ordinarie non sarebbero più, ma a Statuto speciale nemmeno, di ordinario non resterebbe quasi nulla. E nessuno vorrebbe restarlo.

Se deve succedere, che succeda. Ma i ladri non possono anche scappare con la cassa. Il Sud è stato aggredito senza dichiarazione di guerra, trattato come i nazisti hanno trattato i territori invasi, spogliato di tutto, dai macchinari delle sue industrie all’oro delle banche; e così da un secolo e mezzo. Fuori dalle palle, ma prima si fanno i conti. E, per cominciare, si deve bloccare l’aggancio del passaggio di competenze al gettito fiscale. Su questo si valuta la coerenza dei parlamentari del Sud, specie di quelli del Movimento 5 stelle. Il Sud ha fatto del M5S il primo partito d’Italia; è stato ripagato con il famigerato “contratto” con il peggiore nemico del Sud, con la promessa (a me pare presunzione) di “tener a bada”, con quello, la banda razzista. Io non ci credo (e sono in tanti a non crederci, come prova il crollo elettorale del M5S a Sud, nelle elezioni parziali e immediatamente successive a quelle del 4 marzo). Ma ora il M5S ha l’occasione di dimostrare che mi sbaglio: bloccate quella porcheria o ne sarete complici, ben più colpevoli della Lega.

Tutti i più importanti movimenti meridionalisti, a Lamezia Terme, si sono impegnati a battersi contro questo scempio con scippo. Ci opporremo sui social, nelle piazze, nei confronti con i parlamentari da noi eletti, di qualunque partito (salvo la Lega: è il nemico).

Ripeto: l’Italia non è mai stata unita: guardate i treni, le strade, le scuole al Sud, il rispetto… La secessione del Veneto e altre Regioni sancisce solo uno stato di fatto. Ma prima si fanno i conti.

Chi pensa che stia esagerando e che un trasferimentoi di competenze non è la dìfine dell’Italia, lo dica al professor Cammelli, che questi dubbi li ha e non li nasconde: “A meno che l’obbiettivo strategico non sia proprio quello di forzare e, strada facendo, di ampliare materie e funzioni – di prendere, cioè, distanza da una realtà nazionale fatta di un centro debole e di tanti sistemi locali in difficoltà, rivendicando il diritto di andare per conto proprio, di dare voce a proprie realtà robuste e in grado di competere nelle relazioni transnazionali.

Se così fosse, e senza neppure affrontare il tema di processi di imitazione che potrebbero facilmente innescarsi da parte di regioni tutt’altro che solide, il discorso si farebbe ancora più serio sul piano fattuale e su quello simbolico. Sul primo, il sistema di relazioni centro-periferia, già ora incerto e segnato da sovrapposizioni e profonde distanze, non si vede come possa reggere”.

E poi, a sfasciare l’Italia sarebbero quelli che vorrebbero ricordare anche le vittime di come fu fatta? Dove sono quelli che strepitavano contro il pericolo del Giorno della Memoria? Tutti zitti? Nessuna petizione? Nessuna campagna a pagine fotocopiate su “giornali liberi”? E quella stessa massonerie e le consorterie giabine che si intestano il Risorgimento hanno cambiato idea o padrone?

Da qui comincia l’avvicinamento alla “Vertenza Sud” di autunno.

Ci avete stufato. “Temete l’ira dei mansueti”, è scritto nella Bibbia. Sono ateo, ma condivido.