Dura la vita; non ti risparmia niente: devo rispondere anche a Zaia, che rassicura i suoi elettori, impensieriti dal boicottaggio del prosecco veneto nei bar del Sud. Quindi stiamo parlando dei valori che lo toccano nel profondo: il portafoglio. Naturalmente, non mi interessa rispondere a lui, ma solo alle persone che, avendomi lui nominato, potrebbero attribuire un qualche peso, oltre al nulla solito, alle sue parole. Ho amici veneti (alcuni venetisti), ma non li confondo con Zaia, e so quanto tutti dobbiamo al Veneto (dite a Zaia che non parlo di soldi. Non capirà, ma diteglielo lo stesso) e loro sanno quel che il Veneto deve ad altri. Nessuno cresce da solo.

Non riesco a stare alla pari con l’eleganza di Zaia, che mi attribuisce “fantasiose teorie” essendo “in cerca, evidentemente, di un posto al sole”. Detto da chi è espressione di un partito che deve le sue fortune al razzismo contro i meridionali (terun de merda, merdacce mediterranee, porci, colerosi che puzzano più dei cani, topi da derattizzare… che fa, continua lei, Zaia, visto che è tutta robaccia vostra?) e si ispira a un eroe inventato, Alberto da Giussano, in nome di una patria mai esistita, la Padania, beh…, e con questo sostrato culturale (smettete di ridere: è il presidente! Anzi, il Presidente!), le “fantasiose teorie” sarebbero mie?

Quanto a un posto al sole: non ho bisogno di cercarlo, ci sono nato e si affaccia su quello che è chiamato “il mare degli dei”. “Un posto al sole” metaforico, invece, che abbia pure un solo raggio, lo devo a me stesso: facendo il giornalista e scrivendo libri, ho solo quello che i lettori decidono di riconoscermi (magari immeritatamente, capita, ma liberamente). Se poi volesse intendere i “posti al sole” a cui è abituato lui e pagati lautamente dai cittadini, ovvero in Parlamento, alla Regione (tutto pur di non lavorare, secondo il motto che pare ispiri vita e opere dei capi della Lega, da Bossi a Salvini; di Zaia, non so e non mi interessa), è noto che me ne sono stati offerti e li ho rifiutati: la mia libertà di autore avrebbe potuto essere sfiorata dall’ombra di una appartenenza partitica.

Dire “autonomia” facendo intendere spendiamo meglio i nostri soldi e non li mandiamo a quei fannulloni della Terronia, è una truffa, per due ragioni: il record di spreco non è meridionale, e non che ne saremmo incapaci, ma per via della materia prima, dove girano più soldi è più facile che venga più voglia di rubarli (solo i razzisti pensano che gli altri siano peggiori a prescindere. Ma questo forse meglio che lo cancelli, non si parla di corda in casa dell’impiccato). Per dire: sa che la Salerno-Reggio Calabria è l’opera meno costosa, a chilometro, del continente europeo? E il record di costo (circa il doppio della Salerno-Reggio a Km) e di inutilità della Brebemi viene ora battuto da quello della Pedemontana che, con i suoi quasi 60 milioni a Km è la strada più costosa di sempre? Per lei (lo ha detto un minuto dopo i referendum), la presunta “autonomia” è solo un passaggio per scappare via con la cassa (ma senza il debito), verso l’indipendenza. Nessun problema, con il declino della civiltà industriale e l’avvento di quella informatica, gli Stati nazionali sono destinati a dissolversi, salvo, forse, quelli che sono stati capaci di costruire una convenienza a convivere più forte del recupero delle identità locali. E poi, siamo stati annessi con le armi e le stragi all’Italia sabauda (con una differenza: noi eravamo liberi nel Regno delle Due Sicilie, voi avevate gli austriaci in casa), che ha sempre visto come pericolo le lingue e le culture millenarie che facevano e fanno grande nel mondo l’essere “italiano” ma veneto, “italiano”, ma napolitano, “italiano”, ma sardo, eccetera. E a tutti si impose il peggio: sopprimere l’identità nella stupida “piemontizzazione” inutilmente denunciata già allora. Quindi si può capire che si voglia recuperare la propria anima più vera. Indipendenza? Prego, si accomodi. Ma prima facciamo i conti.

Sarà contento di poter dimostrare che il Veneto ha crediti da riscuotere (e il Nord in generale). Ma se si trattasse di debiti, poche storie: vanno pagati; prima la razzia e poi scappar con la cassa no.

Trattenere il 90 per cento delle tasse, ma viene garantita “la solidarietà” al Sud che, poverello, ha meno. L’elemosina la faccia alla Lega, ora che ha le casse vuote per la sparizione con destrezza di una cinquantina di milioni. Con i cittadini di uno Stato si parla di diritti. O uguali per tutti, o ognuno per i fatti suoi.

Ma prima si fanno i conti.

Perché a Matera da un secolo e mezzo aspettano ancora che arrivi anche solo un carro bestiame delle ferrovie dello Stato, mentre a Nord, con i soldi di tutti, si fa alta velocità a costi per chilometro che sono (e inspiegabilmente, dicamo così) i più alti del pianeta? Perché per uno studente del Sud si spende meno che per uno del Nord? Perché i soldi per gli asili nido vanno generosamente al Nord, dove c’è la più alta percentuale di asili in rapporto alla popolazione infante e persino zero euro a grandi città del Sud dove c’è la quasi totalità di bambini senza asilo? Perché si finanzia il trasporto pubblico urbano nelle città che già dispongono di un buon servizio e nemmeno un euro a grandi città del Sud che figurano abitate solo da pedoni? Perché (proposta leghista, poi approvata da tutti) la salute di un meridionale vale meno di quella di un settentrionale, per lo Stato (razzista) italiano? Grazie a quella porcata, in poco tempo la vita media al Sud è divenuta di 4 anni più bassa e a Napoli di 8. Non significa che i terroni, invece di campare 82 anni o 88, ne campino 78 o 84. Vuol dire che avrai terroni che campano 78, 82, 84, 88 anni e magari 100, come in Veneto e, per avere quella media, uno ogni venti deve morire a 40 anni. Per le sole province di Napoli e Caserta, ha calcolato Marco Esposito, giornalista de Il Mattino di Napoli, si tratta di 200mila persone.

Sono crimini, delitti, non scelte politiche. Di cui sono corresponsabili i parlamentari del Sud che hanno taciuto o si sono disinteressati. Un esempio? Con Zaia ministro all’agricoltura si imposta il trattato per il commercio con il Canada; dopo Zaia, un altro veneto al ministero, Galan. E si scopre che l’olio d’oliva da vendere in Canada è solo veneto: 0,4 per cento della produzione nazionale. La mia sola Puglia (60 milioni di ulivi su 180 dell’intera Italia) ne produce il 33 per cento. Ed è fuori. A firmare, infine, quella roba, un ministro terrone, De Girolamo (l’ha letta prima di firmare?). Mentre i vini protetti nel patto di commercio con la Cina, sono 13. Tutti del Nord. Delle altre decine di eccellenze agroalimentari “protette”, nemmeno una della Calabria, della Basilicata, della Puglia, del Molise, dell’Abruzzo… Perché Zaia invoca la secessione, se già l’hanno fatta?

Persino l’Unione europea ha imposto all’Italia di rispettare il criterio della spesa pubblica rapportata alla popolazione, ovvero, per il nostro Mezzogiorno, 34,4 circa per cento. Ma “ce lo chiede l’Europa”, in questo caso non funziona. Il governo Gentiloni non ha tempo e da luglio scorso la cosa slitta a gennaio e da allora, niente ancora oggi. In compenso, il governo Gentiloni ha tempo per firmare l’accordo con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Basterebbe riportare le cifre dei Conti Pubblici Territoriali: negli ultimi dieci anni esaminati, per ogni terrone si sono spesi 4.343 euro in meno all’anno, solo per la spesa ordinaria (quella che nelle famiglie equivale al pagare le bollette, comprare il pane). Due moltiplicazioni: fa 85 miliardi all’anno sottratti dall’“uguale per tutti” ai meridionali; 850 miliardi in dieci anni; cui aggiungere altri 6,5 miliardi in meno all’anno dal capitolo di spesa degli investimenti, ma se si tiene conto che parte di questi ultimi fondi erano europei che avrebbero dovuto aggiungersi alla quota nazionale, non sostituirla, arriviamo quasi a mille miliardi in dieci anni. Sono circa 150 Ponti sullo Stretto o tutte le linee ferroviarie e tutte le strade mai fatte.

È così che è stato costruito il divario Nord-Sud, dall’Unità a oggi. La Questione meridionale è nata con il saccheggio dell’ex Regno delle Due Sicilie: i professori Paolo Malanima e Vittorio Daniele hanno appena pubblicato una ricerca, forte di 10mila dati mai toccati in 140 anni, con cui si mostra in modo incontrovertibile che reddito pro capite e potere d’acquisto non erano differenti fra Nord e Sud, al momento dell’invasione sabauda.

Il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio dei soldi di tutti gli altri Stati messi insieme (tabelle pubblicate dall’allora capo del governo ed economista di livello mondiale, docente universitario a 23 anni, Francesco Saverio Nitti): “italianizzati”, quei soldi furono usati per pagare i debiti del Piemonte e avviare l’industrializzazione del Nord; né il Sud aveva mai conosciuto l’emigrazione, prima dell’Unità; le più grandi aziende industriali del tempo, nella Penisola, erano napoletane e calabresi (siderurgia, cantieristica navale, officine meccaniche e ferroviarie).

Il Sud è stato ridotto a colonia. E chi ha intascato scappa con il malloppo. Se togli il 90 per cento, dopo che sono stati spolpati anche i torsoli del Sud, con il 34 per cento di cosa fare le autostrade mai fatte, i treni mai fatti, eccetera?

Ma discutere di questo non serve a niente. Portare ragioni, conti, documenti è parlare a chi non vuol sentire (458mila persone in meno, in un anno, per “la guerra” nelle “nuove provincie che abbiamo appena conquistato”, lo scrive il ministro Giovanni Manna a re Vittorio Emanuele II e quella relazione sul censimento del 1861 viene approvata in Parlamento. Un genocidio). “Si lamentano sempre”. E chissà com’è che non ci viene voglia di fare festa. Poi gli tocchi il prosecco e finalmente ci sentono.

Ora come lo dico che non sono stato nemmeno io a lanciare il boicottaggio e manco mi ricordo chi ha mandato alla mia pagina facebook quel post che abbiamo condiviso? Di più, come faccio a confessare che prosecchi, spumanti, champagne, bollicine, insomma non mi piacciono? Preferisco i rossi fermi e tosti, come l’Amarone del mio amico Giancarlo Aneri, veronese, o lo Sforzato della Valtellina (sono pugliese e in casa si pasteggiava con il Primitivo di zia Marietta, 18 grandi. Ma ce n’è che arrivano a 22. E me ne hanno segnalato uno da 24 che ancora non sono riuscito ad avere).

L’Italia unita non c’è, non è mai davvero esistita. È la secessione dal niente. Ma prima si fanno i conti.