Perché non fai un blog? «Perché ho da fare altro». Quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda? E perché adesso lo faccio? Perché ho appena consegnato il mio nuovo libro (uscirà in autunno), che è una sorta di completamento del ciclo cominciato dieci anni fa, sulle ragioni della minorità di diritti e infrastrutture del Mezzogiorno (non che prima ne avessi taciuto, avendone scritto su “Oggi” e “Gente”, pur non tantissimo, data la natura di quei settimanali; e su “La Stampa” di Torino, una paginata alla volta: la distruzione delle acciaierie di Mongiana, l’assedio di Gaeta…); e perché, grazie a quanto successo in questi dieci anni, ritengo maturo il momento della divulgazione. Non intendo che la necessità di divulgare sia esaurita, ma che quella di diffondere sia ora prevalente. E perché adesso e non prima? Quando pubblicai “Terroni”, le cose che raccontavo, pur note a una ammirevole pattuglia di tenaci ricostruttori delle vicende risorgimentali negate o travisate “per amor di patria” (ovvero alla permanenza del Sud in stato di colonia interna), parvero “rivelazioni” persino non credibili. E qualcuno che pure avrebbe dovuto esserne al corrente (e se non le sapeva è peggio), come Galli della Loggia, scrisse indignato che si trattava di “leggende”, “fole”, “fantasiose ricostruzioni”. I primi mesi furono terribili, nel senso che da una parte la sorpresa era stata tale, per il grande pubblico, che ero chiamato ovunque a discuterne (alla casa editrice giunsero tanti inviti, che dopo due-tre settimane, tutto l’ufficio stampa e altre strutture erano impegnate nel tentativo di gestire la cosa, finché mi dissero che così non poteva durare e con tutto l’affetto…, ma devi cavartela da solo, in pratica. Nessuno di noi aveva previsto un decimo di quel che stava succedendo. Eravamo impreparati. Erano arrivati qualcosa come 2.500 inviti e uno dei primi, da Vasteras, una città cento chilometri a Nord di Stoccolma. Mi dicevano che una cosa del genere non era mai accaduta nella storia della Piemme e non si sa se di altre case editrici. Poi, non è vero che mi “scaricavano”, anzi, sono sempre collaborativi e solleciti, ma dovetti creare una società e chiedere a chi ha competenze specifiche di occuparsene), dall’altra, dovevo fronteggiare attacchi violentissimi attraverso giornali, radio, televisioni. Passavo le giornate a replicare, controbattere, rintuzzare, ma intanto correvo di qua e di là; e poi leggere, studiare, scrivere. Dormivo pochissimo e mi trascurai molto, al punto che, non trovando tempo di farmi controllare la spalla e il braccio dolenti (andavo avanti a blister di tachipirina), quando mi ridussi piegato in due dalle fitte, scoprii che si erano infiammati e poi dissoldi i tendini del braccio destro (sovraspinoso e bicipite) e finii sotto i ferri (ora ho un paio di cavetti da Coppa America ancorati all’osso della spalla). Il giorno dopo l’intervento, con tutore, ero da Corrado Augias, in tv; il giorno dopo ancora ero a Berlino, invitato al Festival della Letteratura italiana, condotto da Antonio Polito, vice direttore del Corriere della sera. Avevo due-tre incontri al giorno, in regioni diverse. Un giorno, era agosto, cinque. Guidavo da formula qualcosa, arrivando comunque e ovunque in ritardo; e quel giorno, alla quarta conferenza (niente colazione, niente pranzo, un caffè di traverso), mi sdoppiai. Giuro che non scherzo. Sentivo la mia voce, come fossi un altro, ma indistinta, solo come rumore, una sorta di uaaauauaaauu! E mentre mi chiedevo cosa diavolo stesse succedendo, vidi l’uditorio, circa 300 persone, sollevarsi in aria. Ero spaventato. Chiesi alla professoressa accanto a me se avesse una caramella, ma non so dirvi perché: non ne mangio mai. E dopo un po’, piano piano (non ridete, per favore, sudavo freddo e se ci penso, mi inquieto ancora adesso) “rientrai in me” e le parole ridivennero comprensibili e quelle trecento persone a mezza altezza tornarono con i piedi per terra. Non avevo il coraggio di chiedere alla prof cosa avessi detto. Ma non resistetti: «Si capisce quel che dico?». «Complimenti!», mi stupì lei. «Sta andando alla grande». E in automatico («Quante storie per un calo glicemico!», mi smosciò un amico medico. Fa presto lui a banalizzare, io non li avevo mai avuti i cali glicemici). Da allora, ci sono state alcune migliaia di incontri, dibattiti, conferenze, convegni; ho incontrato non meno di 250mila studenti; a seguito della traduzione di “Terroni” negli Stati Uniti, sono sorti seminari di studio in molte università americane e ogni anno vado a New York per conferenze in quelle della città; e (non solo nelle università) in Svezia, Spagna, Francia, Gram Bretagna, Serbia, Bosnia, Stati Uniti, Svizzera, Germania… e qualcosa sto dimenticando; ho scritto centinaia di articoli su quotidiani, settimanali, mensili, non solo italiani; ho visto “Terroni” diventare un’opera teatrale, grazie al genio e al cuore di Roberto D’Alessandro e alle canzoni (una più bella dell’altra, e in quacuno c’è un mio zampino), del co-tarantino Mimmo Cavallo, un precursore (“Siamo meridionali”, “Uh, mammà”); ho io stesso portato in teatro i temi della Questione meridionale, in tournée insieme al grande Eugenio Bennato, “Profondo Sud” e con la voce più potente che c’è, Al Bano (“Ti parlo del Sud”, che è anche una mia canzone che lui canta e di cui ho composto versi e musica). E ho scritto altri sei libri (“Giù al Sud”, “Mai più terroni”, “Il Sud puzza”, “Terroni ‘ndernescional”, “Carnefici”, “Atteti al Sud”, quest’utimo con Maurizio de Giovanno, Mimmo Gangemi e Raffaele Nigro), per un totale di poco inferiore alle 2.500 pagine. Non avrei mai creduto di esserne capace: semplicemente, li cominciavo perché mi premeva dire delle cose, e poi mi toccava finirli. Ma ora, con una consapevolezza popolare inimmaginabile pochi anni fa, grazie all’azione di tanti (sono sorti comitati, partiti, associazioni, blog, pagine facebook di travolgente successo, sono stati pubblicati centinaia di libri), i temi meridionalisti hanno dilagato sulle pagine dei quotidiani (sia pure per la produzione a comando, si direbbe, per la contemporaneità, il modo e i testi quasi in fotocopia di truppe cammellate culturali a sostegno della versione “antica e accettata” e contro le orde sudiste e neoborboniche trinariciute), ora serve altro: serve dare ordine a tutto questo, serve dotarsi di un fronte di comunicazione che non abbiamo mai avuto, per rispondere ad armi almeno paragonabili, se non pari. Avevo promesso di fare un quotidiano nazionale del Sud. Non ci sono riuscito. Ci ho rimesso tempo, soldi e fatica, ma ho dovuto fermare tutto a pochi giorni dal deposito delle quote societarie da un notaio. Oggi mi dico che ho fatto non bene, benissimo. Ma in quel momento, solo l’affetto di alcuni soci e amici ha impedito che mi spaccassero la faccia. Da allora, nel giro di nemmeno troppi mesi, il mondo dell’editoria quotidiana (allora ipnotizzata, e giustamente, dal fenomeno de Il Fatto) ha mostrato improvvise, gravi e nuove crepe. Mi è stato poi proposto di assumere la direzione di una testata da rinnovare nel senso di quel mio primo progetto, poi adeguato alle novità (non buone) del mercato. Ma al momento di tradurlo in pratica, delle risorse (male, ma cosa superabile) e un po’ di convinzione (cosa essenziale. E non da parte mia) sono venute a mancare. Si può capire: c’è chi ha il dovere della prudenza e chi della sfida totale. Ora vorrei cominciare a strutturare uno strumento di informazione e confronto. Lo vedete: è in tre sezioni, passato (ricostruirlo, per sapere chi siamo, ritrovarci come comunità); presente (una lente per la lettura “da Sud” degli eventi); futuro (in quale direzione e come costruire il nuovo Sud, e con chi). Non si comincia con i fuochi d’artificio, i grandi mezzi. Se verranno, li useremo. L’idea è di agire come ponte e collettore fra quel che c’è già ed è sparso, per fare massa critica. Ed è ripartita Sud2.0, la società che mira a promuovere imprenditoria giovanile, e potrebbe dare un aiuto molto serio al progetto. Ma di questo vi parlo in un altro momento. Benvenuti. Si va a cominciare.